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L’inventario della stanchezza

Non ne possiamo più delle infinite estati reggine. Non ne possiamo più delle estati sempre uguali. Non ne possiamo più di questa prevedibile e insopportabile e triste monotonia. Non sopportiamo più le trattative, gli australiani, gli americani. Le mezze parole, le mezze interviste, i patti di riservatezza, le cordate, i closing, gli avvocati e i commercialisti. Non ne possiamo più di due diligence, bilanci, debiti, crediti e numeri.

Non ne possiamo più di chi vuole sapere tutto e subito. Di chi ha fretta. Di chi ogni giorno scrive che ha fretta. Di chi è già tardi. Di chi è sempre tardi. Non ne possiamo più di chi non ha mai saputo nulla e pensa di sapere tutto. Non ne possiamo più di chi non ha mai saputo nulla e dice di sapere tutto. Non ne possiamo più di chi non ne ha mai indovinata una.

Non ne possiamo più di radio e tv. Dei salotti. Degli opinionisti e dei commentatori. Non ne possiamo più di chi dice tutto e il contrario di tutto. Di chi dice cose banali. Di chi dice sempre ciò che dice la maggioranza. Di chi pensa di essere maggioranza. Di chi parla per gli altri. Di chi parla a nome di tutti. Di chi urla di più. Di chi commenta su Facebook. Di chi legge i commenti su Facebook. Non ne possiamo più di chi crede a tutto. Non ne possiamo più di chi non crede più a niente.

Non ne possiamo più della serie D. Non ne possiamo più di chi è stancato della serie D. Non ne possiamo più dei campi di patate. Degli stadi di serie D. Dei settori ospiti degli stadi di serie D. Non ne possiamo più delle telecamere sui balconi. Di quelle riprese. Del pallone che non si vede. Dei gol fantasma. Del forse era fuorigioco. Degli insulti dei tifosi di casa che entrano nei microfoni. Non ne possiamo più delle telecronache. Le nostre. Non ne possiamo più degli arbitri di serie D. Dei guardalinee di serie D. Del Giudice Sportivo di serie D.

Non ne possiamo più dei tifosi della Reggina. Non ne possiamo più del tifo organizzato. Non ne possiamo più del tifo organizzato da altri. Non ne possiamo più della Curva Sud. E dei loro insulti. Non ne possiamo più dei cori della Tribuna contro la Curva. Non ne possiamo più della Tribuna. Non ne possiamo più della tribuna stampa.

Non ne possiamo più del giornalismo sportivo reggino. Non ne possiamo più del giornalismo politico reggino. Non ne possiamo più della politica reggina. Non ne possiamo più del fatto che giornalismo sportivo e politica reggina siano così simili, così legati, così complici. In alcuni casi una cosa sola. Non ne possiamo più delle lotte di quartiere. Degli scontri a suon di editoriali. Delle fazioni.

Non ne possiamo più del potere che si serve della Reggina. Non ne possiamo più del potere.

Non ne possiamo più dei fallimenti. Neanche di quello di Lillo Foti. Non ne possiamo più neanche di Lillo Foti. Non ne possiamo più di quei maledettissimi nove anni di serie A. Non ne possiamo più di chi non la racconta tutta. Non ne possiamo più di Gabriele Martino. Non ne possiamo più di Ciccio Cozza. Non ne possiamo più di chi intervista gli uomini di quegli anni perché serve una mezza frase, un mezzo attacco. Un titolo e tanti clic.

Non ne possiamo più di chi ci ha portati qui in basso. Non ne possiamo più di chi non riesce a vedere la traiettoria della caduta. Non ne possiamo più di chi non riesce a vedere le cose da lontano. Non ne possiamo più di chi non vuole vedere le cose da lontano.

Non ne possiamo più di sentire la propaganda politica su quanto accaduto a settembre duemilaventitré. Non ne possiamo più delle manifestazioni di interesse. Complete, raffazzonate, in ritardo. Non ne possiamo più del business plan. Non ne possiamo più di chi non sa cosa sia un business plan. Non ne possiamo più di Stefano Bandecchi. Non ne possiamo più delle volgarità. Non ne possiamo più dei suoi miliardi, biliardi, triliardi. Non ne possiamo più dell’elemosina.

Non ne possiamo più dei responsabili. Non ne possiamo più di Luca Gallo e di chi ha la memoria corta. Di Felice Saladini. Di Manuele Ilari. Della Guild Capital. Di Gravina. Dei ricorsi. Dei termini perentori. Del TAR, del Consiglio di Stato, del Tribunale Federale Nazionale, del CONI, delle NOIF, dei regolamenti, dei cavilli, codici, regole, norme.

Non ne possiamo più del caso Messina. Non ne possiamo più dei tifosi messinesi che commentano il caso Messina. Non ne possiamo più dei tifosi reggini che commentano il caso Messina come i tifosi messinesi. Non ne possiamo più della Procura Federale. Dell’inerzia. Dei tempi stretti. Della speranza. Delle vittorie sul campo. Delle vittorie in Tribunale. Delle cose giuste.

Non ne possiamo più di questa proprietà. Del patron, professore, maestro. Della mancanza di coraggio. Degli sfoghi a microfoni accesi. Degli sfoghi a microfoni spenti. Dei silenzi quando servivano parole e delle parole quando serviva silenzio. Non ne possiamo più dei loro passi falsi. Non ne possiamo più di presidente e vice presidente. Di diesse e diggì. Non ne possiamo più di Alfio Torrisi. Non ne possiamo più del pianogggara, della media punti, dei dati.

Non ne possiamo più di perdere il campionato per un punto. Non ne possiamo più di perdere il campionato per tre punti. Non ne possiamo più di vedere i nostri avversari fallire.

Non ne possiamo più dei calciatori. Non ne possiamo degli under. Non ne possiamo più neanche degli over. Soprattutto degli over. Non ne possiamo più degli ex Reggina. Non ne possiamo più delle celebrazioni degli ex Reggina. Non ne possiamo più delle interviste agli ex Reggina. Non ne possiamo più degli articoli sui gol degli ex Reggina che ormai non ricordano neanche più di esser stati calciatori della Reggina.

Non ne possiamo più del Sant’Agata. Delle concessioni fantasma. Delle concessioni in sospeso. Degli affitti non pagati quando vincevamo. Non ne possiamo più che non lo scriveva nessuno. Non ne possiamo più che andava bene così. Non ne possiamo più delle bollette, degli arretrati, del rifacimento dei campi, del campo 1, del campo 2, della Soseteg.

Non ne possiamo già più della prossima proprietà, qualunque essa sarà.

Non ne possiamo più di chi non ne può più di niente. Di chi non si diverte più. Di chi ha dimenticato la leggerezza.

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